Città senz’anima quando chiudono le botteghe storiche

A fine febbraio chiude i battenti per sempre la Casa del Miele, antica drogheria di Viale Zara aperta nel 1929 e insignita del prezioso riconoscimento di bottega storica. La bilancia, le cadreghe, le insegne degli anni Venti dipinte a mano, verranno vendute su E-bay e alla fine non resterà più nulla di quella storia che per un secolo ha contraddistinto il quartiere. È giusto? È quello che vogliamo? troviamo più comodo il supermercato e non abbiamo bisogno di questo vecchiume che non sa stare al passo con i tempi? La risposta a questa domanda è cruciale.
Di certo della bottega storica, del caffè, della confetteria, del barbiere, della profumiera, possiamo senz’altro fare a meno e soddisfare le nostre esigenze in un grande certo commerciale dove la grande distribuzione garantisce prezzi più bassi e tempi più rapidi di approvvigionamento. Ma vivere è altra cosa rispetto a rifornirsi di merci. Il benessere e l’equilibrio di un individuo traggono nutrimento non solo dalle merci, ma anche dalle relazioni, dall’empatia con il contesto, dalle sensazioni di familiarità e benevola accoglienza che il nostro ambiente ci restituisce.
In quest’ottica, una bottega storica è molto di più che un negozio, è un presidio di umanità, ci ricorda chi siamo, seda il bisogno compulsivo di consumare riempiendo quel vuoto con un’emozione. Eppure, in questo mondo non c’è più spazio per una piccola bottega, è il grido di dolore che lancia la titolare. E ha ragione. Come ha ragione quando dice che le piccole imprese vengono letteralmente divorate da un mercato che nessuno ha voluto regolare.
Il punto è che regolare il mercato è letteralmente vietato dai Trattati istitutivi dell’Unione Europea. Un dato semplice e incontestabile che coloro che si professano europeisti sembrano non riuscire a prendere in considerazione. L’europeismo, nella sua attuale declinazione globalista e finanziaria, ha come cardine il principio di libera concorrenza. Pertanto, regolare il mercato, tutelando valori diversi dal profitto è, che lo si capisca chiaramente, vietato dall’Unione Europea.
In quest’ottica se si ha a cuore quel poco di umanità che ancora resiste sotto i colpi della globalizzazione, si debbono appoggiare politiche premiali per tali attività, defiscalizzando per esempio, o concedendo contributi agevolati o altre forme di sostegno. Senza un sostegno pubblico queste realtà sono infatti destinate a scomparire, o al meglio, ad essere assorbite dai grandi gruppi finanziari nelle loro operazioni di branding che ne snatureranno l’essenza. Sennonché “sostenere” significa avere il coraggio di fare una discriminazione, in base ad un criterio valoriale.
Non è tutto uguale.
L’ultimo arrivato non può equivalere al primo. Difendere la nostra storia e il nostro artigianato passa in primo luogo da qui. Valga qui come valga altrove per tutte le comunità che vogliano resistere all’avvilente omologazione della globalizzazione economica. Quando chiesero a Churchill di tagliare i fondi per l’arte per sostenere lo sforzo bellico, egli rispose: “Ma allora per cosa combattiamo?”. Se permettiamo che il mercato spazzi via la nostra umanità, per che cosa restiamo a combattere?

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