Sulle statue ha vinto il modello dei talebani e dell’Isis

Sulle statue ha vinto il modello dei talebani e dell’Isis. Tutto è iniziato nell’epoca in cui i talebani distrussero i grandi Buddah dell’Afghanistan, due statue che rappresentavano un passato remoto (risalivano a 1800 anni fa), tutto il mondo reagì molto male. Secondo i seguaci di Bin Laden e del mullah Omar erano simboli blasfemi, qualcosa di brutto e falso. Una posizione simile a quella di Dante che parlava dell’Antichità come del tempo degli “dei falsi e bugiardi”. Ma i talebani erano musulmani e attaccavano un pezzo del patrimonio della Storia umana, quindi tutto il mondo si sentì legittimato a indignarsi e poi quell’indignazione  servì a porre le basi culturali per l’invasione dell’Afghanistan. Pensavamo che il peggio fosse passato quando dai resti di Al Qaeda sorse l’onda nera dello Stato Islamico. Un’ondata di violenza così devastante da creare in pochi mesi uno stato grande come l’Ungheria e con in mano una delle parti più antiche e preziose della storia umana: l’eredità della Mezzaluna fertile. Migliaia di reperti assiri, babilonesi e sumeri furono immessi sul mercato nero, ma intanto la furia dei fedeli al Califfo nero Baghdadi si riversava nei musei. Pezzi unici per valore storico ancor prima che economico vennero ridotti in briciole. Le città in cui era rimasta traccia del passato romano furono violentate pietra dopo pietra. E anche questa volta ci fu una sollevazione popolare e transnazionale contro i barbari che distuggevano opere della storia e dell’arte, così la lunga guerra (lo Stato Islamico esiste ancora nonostante ne abbiamo annunciato la sconfitta definitiva diverse volte) trovò nuove giustificazioni e nuovi fondi. Nessuno prese in considerazioni che per loro era una questione di fede e di riappropriarsi della loro storia considerato che tanto i romani quanto altri popoli per le popolazioni mediorientali erano invasori che li avevano battuti e schiavizzati. L’Isis era il male, dunque andava combattuta anche perché distruggeva patrimonio culturale oltre che vite. Poi però abbiamo scoperto che sulle statue ha vinto il modello dei talebani e dell’Isis: bastava cambiare bersaglio. Non potendo abbattere i potenti di oggi che con pochi click decidono che è meglio spostare la sede della propria società all’estero per poi chiedere allo Stato soldi per la cassa integrazione, la furia del popolo occidentale se la prende con le statue del recente passato. Schiavisti, razzisti, le motivazioni sono simili a quelle dell’Isis: quelle statue sono un insulto ai valori del vero pensiero dominante, quello che dice ciò che si può dire e ciò che non si può dire, dunque vanno abbattute e gettate nel mare. Nei fiumi. O, per la consueta poraccitudine italiana, sporcate con vernice. Sulle statue ha vinto il modello dei talebani e dell’Isis, nonostante in tanti abbiano cercato di sottolineare che è una brutta piega quella che porta a cancellare i simboli del passato visto che anche Romeo e Giulietta è stato scritto da un antisemita. Ma niente, se si rifiuta di distruggere statue come quella di Churchill o di Montanelli è perché sei fascista (quelli dell’Isis direbbero infedele). Viviamo tempi duri, anzi marci. La Ragione è persa del tutto dietro alla fede. Vinceranno i fedeli del Califfo, che siano in tonaca o no, in Occidente o no, ai sopravvissuti toccherà ricostruire sulle macerie che lasceranno i barbari dentro e fuori casa nostra. Sempre che rimanga qualcosa da ricostruire. Forse è di nuovo il momento di raccogliere i libri preziosi in luoghi segreti, prima che ricomincino i roghi.