Giocare di squadra: una necessità

Giocare di squadra: una necessità. La complessità dell’insegnamento oggi domanda più che mai un gioco di squadra in cui competenze professionali specifiche e abilità sociali si intrecciano in un continuum di decisioni, attività e conduzione del gruppo classe. Nella formazione dell’insegnante, peraltro, dovrebbe essere dato
spazio all’imparare a lavorare in gruppo, a condurre un gruppo sia in condizione di leadership individuale, che di doppia leadership, come quando gli insegnanti curriculari e di sostegno operano in compresenza. Purtroppo si dà per scontato che gli adulti abbiano acquisito le competenze sociali necessarie a lavorare insieme. Si suppone che, con l’età, tutti siano in grado di costruire relazioni sociali positive necessarie al buon esito lavorativo. Invece non è così. E chi vive nella scuola si rende conto di quante persone sono in difficoltà nella gestione delle relazioni professionali, che sono specifiche, gerarchicamente determinate e finalizzate alla formazione degli alunni. Ciò è particolarmente grave per la scuola perché l’aula – dove il bambino vive per molte ore della giornata – rappresenta uno dei contesti di apprendimento più funzionali allo sviluppo psicosociale del bambino stesso. Il rapporto sociale tra docenti che operano nella stessa classe offre al bambino un esempio concreto di scambi ripetuti basati sulla necessità di perseguire un obiettivo lavorativo comune. Sono scambi comportamentali che lasciano nei bimbi tracce, ricordi, emozioni e rendono conto delle relazioni sociali tra adulti al di fuori della famiglia.

Costruire l’empatia

I bambini imparano da come gli adulti in classe interagiscono tra di loro il senso di riconoscimento reciproco, cioè la capacità di comprendere l’altro, di mettersi nei suoi panni, il valore della gentilezza, intesa come capacità di ascolto e di accoglienza anche delle fragilità altrui, ed esperiscono – anche osservandolo – il senso di empatia e fiducia nell’altro. Non possiamo meravigliarci se, talvolta, non riceviamo dalla collega la collaborazione attesa, né se avvertiamo un senso di solitudine di fronte al bambino con disabilità: sono situazioni che capitano anche nelle migliori organizzazioni. Sappiamo però che possono essere modificate, migliorate. E il primo piccolo passo verso il miglioramento è l’essere consapevoli che nella diversità di competenze e ruoli del rapporto lavorativo possono sempre nascere conflitti. Essi non si gestiscono ignorandoli o focalizzandoci solo sul “compito/lavoro”. È invece necessario attraversarli, rendendo manifesti i motivi delle divergenze, lo scontento, per cercare una soluzione possibile per entrambe le parti. Il conflitto non può essere eliminato, a volte neppure superato facilmente, ma sempre può essere gestito attraverso il riconoscimento delle diversità di opinione e la negoziazione, il cui scopo è arrivare a un compromesso accettabile.

Tempo per la progettazione

Un altro piccolo passo nella collaborazione tra insegnante curriculare e di sostegno è l’essere consapevoli che si tratta di una forma collaborativa a base temporale, ragione per cui il tempo dedicato al coordinamento e alla progettazione delle attività da svolgersi in classe dovrà essere gestito con estrema cura. Le riunioni anche a due – sono il tempo per l’analisi delle proposte, per decidere, ad esempio, come organizzare il lavoro in classe – lezione frontale, lavoro a gruppi o peer-tutoring – e come modificare la geografia spaziale dell’aula per adattarla alle attività che si vogliono intraprendere. Le riunioni possono svolgere un ruolo importante nella professione insegnante perché aiutano a comprendere meglio la propria visione della scuola e del lavoro, attivano benessere attraverso la promozione di comportamenti collaborativi e di pensiero positivo, purché si rendano efficaci. Mi fermo qui, ma voglio anche aggiungere che il disagio percepito dagli insegnanti nel fare scuola – oggi – va ben oltre il talvolta difficile rapporto tra insegnanti curriculari e di sostegno. In ogni caso tentare di trovare qualche piccolo rimedio è già qualcosa.

Massimo Blandini