La storia della ligera, attraverso la vita di Luciano Lutring

ligera Luciano LutringDopo che qualche anno fa si è spento Luciano Lutring “il solista del mitra“, uno dei più noti esponenti della “ligera“, non è rimasto che il ricordo della mala che imperversò nella Milano del dopoguerra fino a metà degli anni “70”. Un mondo popolato di personaggi “romantici”, che quasi mai lasciavano vittime sul loro percorso, che tanto stride con la violenza dei criminali che calpestano le strade della nostra città oggi.

Luciano Lutring era nato nel 1937, i genitori volevano fare di lui un musicista – in un certo senso lo diventerà – ma lui fin da giovane fu attratto dalla vita dei bassifondi milanesi, popolata da ladri, truffatori, rapinatori, piccoli estorsori e soprattutto “papponi“,  che amava frequentare perché gli permettevano di soddisfare il suo grande amore per le donne.

Luciano LutringAnni trascorsi nelle osterie ad ascoltare canzoni come “Porta Romana Bella” e “Ma mi” che della “ligera” erano considerati gli inni, in compagnia di altri futuri criminali come Francis Turatello e Renato Vallanzasca che un giorno ne sarebbero diventati i più pericolosi esponenti. Personaggi dalla vita avventurosa come Ugo Ciappina, ex partigiano gappista passato dal fare l’ascensorista in un albergo di lusso a essere fondatore della “Banda Dovunque“. Un’eterogenea compagine di rapinatori composta anche dal veterano Joe Zanotti, l’ex emigrante in Francia Giuseppe Seno, l’ex fascista Alfredo Torta e l’amico di Ugo Ciappina, ex studente di filosofia e partigiano, Ettore Bogni. La banda compì diverse rapine prima di essere sgominata dalla polizia. Dopo la loro cattura si scopri che parte dei proventi dei colpi fu data a un fantomatico rivoluzionario comunista armeno, Calust Megherian, il quale aveva promesso di donarli al PCI. Ovviamente il partito di Togliatti non aveva ricevuto nulla. Ci fu chi pensò si fosse trattato di un complotto per screditare il PCI, ma in realtà i cinque erano stati solo vittime di qualche astuto truffatore che frequentava il loro stesso ambiente.

Ciappina non riuscì mai a cambiare vita, uscì dal carcere nel 1955, nel 1958 fu nuovamente arrestato per avere partecipato alla “rapina di via Osoppo”, crimine per cui rimase in cella fino al 1974 per poi essere a vario titolo coinvolto in altre inchieste su episodi dello stesso genere dal 1981 al 2004.

Lutring invece non voleva essere coinvolto in fatti che potevano avere risvolti sanguinosi, a lui piaceva la bella vita, le auto di lusso, le incursioni nei grandi hotel in Francia in compagnia di belle donne e per ottenerli gli bastavano i soldi che racimolava con qualche truffa e occasionale spaccata. Lui alle rapine a mano armata preferiva le serate trascorse bevendo “Barbera e Champagne” e ascoltando le canzoni della mala di Ornella Vanoni.

In quelle nebbiose notti milanesi con lui c’erano anche altri piccoli criminali i cui nomi sono rimasti solo nella memoria dei vecchi cronisti, Luciano de Maria, Arnaldo Gesmundo, Enrico Cesaroni, Bruno Brancher, Carlo Bollina detto il “paesanino“, Luigi Rossetti detto “Gino lo zoppo“, Sandro Bezzi… e un altro personaggio sul quale spendere qualche parola in più Ezio Barbieri, il boss dell’Isola Garibaldi.

Barbieri era nato nel “22” in via Borsieri, proprio al centro del malfamato quartiere dell’Isola, dove la ligera era profondamente radicata fin dagli inizi del “900”. Era destino che entrasse a farne parte dopo aver trascorso l’infanzia fra il Bar Girardengo e il Bar dell’Aquila dove personaggi con soprannomi come “il Generale”, “il Pascià”, “il Profeta”  trascorrevano le giornate giocando a carte e pensando al prossimo colpo. Gente che non alzava mai la voce, non si faceva notare, che nessuno si sognava di chiamare “banditi”, perché per il popolo i criminali erano altri. Alcuni erano stati in America e vi erano tornati diventando dei miti grazie alle storie di gangster che avevano portate con sé, sicuramente erano in buona parte inventate, ma il piccolo Ezio ascoltandole aveva sognato di essere uno di loro.

La sua carriera criminale iniziò nella Milano del primo dopoguerra dove, fra le macerie dei bombardamenti, le mense dei poveri, la borsa nera e un futuro incerto per molti, cominciavano ad aggirarsi le prime belle auto dei nuovi ricchi. Polizia e Carabinieri erano ancora lontani dal riorganizzarsi, e non erano ancora in grado di amministrare a dovere ordine e giustizia. Insieme al suo amico Sandro Bezzi fondò la “Banda dell’Aprilia Nera“, che prese nome dalla Lancia Aprilia nera targata 777 (come il centralino della Questura, il nostro 112) con cui si prese a lungo beffa della polizia.

L’Isola era la sua base, il resto della città il suo terreno di caccia. Lui e i suoi compagni formavano posti di blocco improvvisati per imporre un dazio ai più abbienti, rapinavano banche, realizzavano scorrerie aventi come bersaglio i corrieri della borsa nera o gli  industriali che si arricchivano con essa… ma non usarono mai le armi che spesso tenevano in pugno.

Nel quartiere sapevano tutti chi erano i “banditi” ma nessuno li denunciò mai. Al  termine della scorreria “quelli dell’Aprilia” si trovavano al bar di via Borsieri 24, e dopo avere diviso fra di loro quanto gli occorreva distribuivano il resto a tutti i bisognosi della zona.

enzo barbieriLa carriera del bandito con il pizzetto alla bersagliera che tutti salutavano nel quartiere perché faceva del bene alla povera gente, si concluse il 26 febbraio 1946. Dopo tante spettacolari inseguimenti in auto e tante rocambolesche fughe per i ravvicinati tetti delle case dell’Isola, alla fine la polizia una sera lo raggiunse.

Un testimone raccontò così la sua cattura: “…quando hanno sparato al Barbieri, lui veniva di volata da via Sebenico, con la macchina ha attraversato la piazza Minniti inseguito dalla polizia che gli ha sparato sull’angolo di via Porro Lambertenghi. Barbieri riuscì a scappare lasciando macchie di sangue sul selciato. La gente che lo vedeva fuggire gli batteva le mani!”. Quella sera a morire fu il suo amico Sandro Bezzi mentre lui fu catturato qualche ora dopo ed ebbe fine la storia del Robin Hood dell’Isola.

Venticinque anni dopo, nel 1971 fu scarcerato (una pena impensabile da scontarsi al giorno d’oggi per chi non ha ucciso nessuno) e gli chiesero perché fosse diventato un criminale. La sua risposta fu: “Mi sono chiesto tante volte perché sono diventato bandito, e ho pensato che l’unica ragione è stata la Milano di ventisei anni fa… sono diventato bandito perché vedevo tutte le mattine mia madre alzarsi alle quattro e fare la coda per ore per avere mezzo chilo di pane. A volte si arrivava ai saccheggi dei negozi scoprendo che le scorte erano esaurite. Milano era distrutta dalla guerra, interi quartieri erano rasi al suolo.. c’era una metà della città che viveva sull’altra metà, una prendeva all’altra e l’altra subiva.”.

Da allora si è ritirato a Barcellona Pozzo di Gotto dove ha trascorso il resto della vita in un tranquillo anonimato commerciando in vini e abbigliamento. Luciano Lutring era un bambino quando Barbieri compiva le sue “imprese“, sicuramente glie ne sarà giunta la eco e avrà immaginato di emularlo cosa che poi gli è effettivamente riuscita.

Dicevamo di lui che più che alla carriera criminale era interessato alla bella vita e che si sarebbe accontentato di fare giusto qualche “lavoretto” che gli permetteva di farla se il diavolo non ci avesse messo lo zampino…

La leggenda (e anche lui) narrano che la sua prima rapina fu frutto del caso visto che non era nemmeno destinata a essere tale. Il suo carattere guascone e il piacere di apparire per quello che (ancora) non era, lo avevano indotto  comprare da un conoscente la sua prima pistola, una Smith & Wesson della polizia canadese che teneva sempre infilata nella cintura, cosa che gli era valsa il soprannome de “l’Americano”. Probabilmente nessuno a parte lui era a conoscenza del fatto che era inutilizzabile visto che le munizioni per quell’arma erano anni che non erano più prodotte né commercializzate. Nonostante se ne andasse in giro con quel “pistolone”, era ancora giovane e attaccato alla famiglia, cosa che di tanto in tanto gli costava di dovere fare qualche commissione per i parenti. Fu proprio in una di queste occasioni che il caso volle trasformarlo dal piccolo criminale che era a uno dei più temuti rapinatori della prima metà dello scorso secolo.  Lui raccontò cos’ l’episodio: “Un giorno mia zia mi chiese di andare a pagare una bolletta alle poste. Io andai. Ma l’impiegato era lento e detti un pugno sul bancone. Nel movimento si vide la finta pistola che portavo sotto la cintura. L’impiegato pensò che fosse una rapina e mi consegnò i soldi. Io pensai: “È così facile?”. E me ne andai col bottino“.

Di li in poi fu tutto un crescendo, ma è una storia lunga, continuerò a raccontarvela sabato prossimo.