economia

Provano le scarpe nei negozi e le comprano online per risparmiare

La pratica di provare le scarpe nei negozi e poi acquistarle online è comune, ma la legislazione fiscale può influenzare le scelte dei consumatori. Talvolta, politiche fiscali meno onerose per gli acquisti online favoriscono questo comportamento. Tuttavia, è importante considerare gli impatti sull’economia locale e quali conseguenze con il protrarsi di questo malcostume possa arrecare ai piccoli commercianti. Invertire questo trend potrebbe richiedere una combinazione di sforzi da parte del governo, dei consumatori e dei piccoli commercianti. Alcune possibili azioni includono: 1. Agevolazioni fiscali per i negozi locali: Introdurre incentivi fiscali o riduzioni di tasse per i piccoli negozi al fine di renderli più competitivi rispetto agli acquisti online. 2. Campagne di sensibilizzazione: Informare i consumatori sugli impatti positivi dell’acquisto locale, come il supporto all’economia locale, la creazione di posti di lavoro e una maggiore diversità di prodotti. 3. Programmi di fedeltà: I negozi locali potrebbero implementare programmi di fedeltà o offerte speciali per incentivare i clienti a fare acquisti in loco anziché online. 4. Collaborazioni locali: Creare collaborazioni tra i negozi locali per offrire pacchetti o sconti combinati, rendendo più conveniente l’acquisto presso più esercizi. 5. Migliorare l’esperienza d’acquisto: Fornire un servizio clienti eccellente, un ambiente piacevole e un’ampia gamma di prodotti possono incoraggiare i consumatori a preferire i negozi fisici. 6. Regolamentazioni sulle vendite online: Esaminare e regolamentare le pratiche di vendita online per garantire condizioni di concorrenza più equilibrate tra i vari tipi di commercio. Queste sono alcune delle possibili strategie applicabili, le soluzione potrebbero richiedere una o più combinazioni di approcci per avere un impatto significativo e proteggere la piccola imprenditoria italiana. Sarà il caso che il governo ci pensi prima che il danno economico diventi irreparabile.

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L’economia del dopo

L’economia del dopo. Oggi come oggi è quella che domina a Milano e in Lombardia. Abbiamo speso tanto nell’economia del dopo. Tanto da vedere che ora non esiste più. O meglio, ora fa sempre schifo. Perché non c’è una formula elegante per parlare di una città che non può permettersi di tenere aperto qualche asilo in più ma a un numero di chilometri di metropolitana paragonabile a quello di grandi città europee. Perché Milano ha 1,4 milioni di abitanti. Scarsi. Mentre Londra ha 9 milioni di abitanti, Berlino 3,2, Madrid altrettanti e così via. E non citate le città metropolitane perché considerando quelle altrui si peggiora pure il parametro. Invece oggi come oggi Milano ha tantissime metro, 5 linee più il Passante, e non riesce nemmeno a finirle o ad aprirle. In compenso chiudono o si accorpano gli asili. Perché se fai infrastrutture di metallo prendi tanti soldi e crei tanti posti di lavoro, specialmente per tecnici e dirigenti che cuccano decine di migliaia di euro a progetto. Se apri un asilo o lo tieni aperto magari ti tocca assumere qualche insegnante con un posto stabile. La metro invece la fanno i privati che una volta finito si portano via pure operai e quant’altro. Magari lasciando una curva storta come per la M5, ma ormai hai aperto e te la “abruzzi com’è“. Quindi alle Amministrazioni comunali e simili conviene sempre l’economia del dopo. Ma ai cittadini converrebbe eccome, perché i lavori devono essere fatti bene e durare, altrimenti le strade non diventano luoghi da percorrere, ma posti dove rompersi le ginocchia o le auto. E un costo costante. Così paghi ma senza avere in cambio il diritto di spostarti. Così come la metropolitana di Milano ormai è un mantra: più metro, più metro. E nessuno che si chieda se servano davvero queste metropolitane. Perché dopo aver vietato ai poveri di entrare nelle zone centrali della città con l’Area C, la gente usa lo stesso l’auto. Perché a volte servono, ma soprattutto se voglio spostarmi ho il diritto di spostarmi come voglio. E avrei pure diritto all’asilo pubblico bello, pulito e funzionante vicino a casa. Invece quello lo chiudono. Perché economicamente da un asilo non ricavi un tubo. Magari poi con tutto un percorso scolastico ne ricavi persino un adulto che si pone domande. E ti chiede perché dobbiamo sempre aspettare l’economia del dopo per vivere, visto che poi le tasse le vogliono subito.

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Il Paese della paura. L’Italia e l’ombra del degrado stigmatizzato

La paura è stata un’emozione invocata dal potere per continuare a governare. Con propaganda e altro clamore si annuncia, ad esempio, che bisogna stare attenti con il comunista, con il nero, con il quale non è d’accordo, con l’ateo, con il pigro, con il peloso e con la barba. È stigmatizzato. È successo in vari processi qua e là, diciamo nel lavaggio del cervello che Woodrow Wilson ha fatto al popolo americano per paura che i tedeschi forzassero una dichiarazione di guerra. O nelle invenzioni di Netanyahu su un modello all’aceto chiamato “Ebraismo”. Attento a chi pensa! E vengono alimentate paure peggiori, diffuse dalle potenti cupole, affinché i soggiogati continuino ad obbedire. Modi favolosi per dominare il branco: “il lupo sta arrivando!” Inoltre: se gli oppressi amano la loro condizione bassa, tanto meglio. Allerta con quello o quello a cui piacciono il rifiuto e la mobilitazione! E l’uso diretto della paura impone la sua legge. E alle paure ideologiche, religiose, tattiche politiche, altre sono incorporate, che sono specificate dalle teste di moka, quelle che sanno tagliare la flanella, la plebaglia, gli “uccelli”, coloro che sono in grado di aprire il grembo della donna incinta ed estrarre il feto in modo che né l’uno né l’altro gonfieranno improvvisamente l’opposizione. E poiché è necessario espropriare le terre migliori, è necessario massacrare, dire che è un movimento per ripulire il territorio dai ladri, o dagli insorti, o da coloro che potrebbero sostenere i sediziosi in qualsiasi momento. E proprio come l’Inquisizione imponeva le sue paure alle streghe (donne sagge), agli sperimentatori, scossi dalle superstizioni, alla scienza, oltre alle fiamme “purificatrici” per cancellare i peccati e condurre i trasgressori in paradiso (di passaggio, ovviamente, prima attraverso il purgatorio), c’erano altri poteri – meno celesti – che approfittavano del connubio tra religione e politica. Cavalcarono sull’ignoranza delle folle e consolidarono il loro dominio. L’Italia è stata una terra propizia per la diffusione della paura come meccanismo di controllo. E proprio come a un certo punto era propizio spargere l’aspetto del cavaliere senza testa su montagne e canaloni, soprattutto per essere in grado di aumentare le proprietà e far correre filo spinato e tumuli, così la paura non è ancora così metafisica, ma molto materiale. Quello che usa le motoseghe, massacra, gioca a calcio con le teste delle vittime e un vasto repertorio di atrocità inesauribili. Paure storiche, come quella promossa dai monsignori contro i liberali, che non solo sono stati trattenuti con le catene del segnale, ma si è permesso, senza che fosse un peccato, di “colpirli sulla testa”. Paure storiche come quelle stabilite nella Colonia Vaticana, ad esempio, contro i membri della comunità e il loro leader, il cui corpo sminuzzato è stato distribuito per la lezione collettiva in diverse coordinate. Paure come quelle promosse dalle mafie e dal loro “coprifuoco” o quelle molto diffuse negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso nelle campagne, con sfollamenti forzati. Devi uccidere, sparire, lanciarti dagli elicotteri, convertire la gente in NN; i ragazzi disoccupati, indotti e ingannati devono essere spacciati per fannulloni. I terribili e ripudiabili “falsi positivi”, crimini dello Stato per far sembrare certe politiche ufficiali molto redditizie ed efficaci. E come sfondo dell’orrore, le varie strutture della paura diventano un deterrente. Non protestare, non alzare la voce. Accetta e dimettiti. È meglio per lui se tace, sembra essere l’essenza di ciò che il potere intende con la sua propaganda (controllo mentale) e con molestie fisiche e altre brutalità. Ci sono altre paure, sfruttabili dal punto di vista del potere. E sono quelli della pandemia. Più che un interesse per la salute pubblica, per la salvaguardia delle persone, in un paese mancipato come l’Italia, che non ha proprio privilegiato l’istruzione, la cultura o il benessere collettivo, sono ben visibili le sciocchezze ufficiali e perfino le prese in giro che si fanno degli indifesi. Sono minacciati con più tasse, senza mediare il miglioramento delle condizioni di vita. Al contrario, ci sono sempre più fattori di impoverimento massiccio. La propagazione delle paure (sì, alimentando la paura del manifestante, che non ingoia tutto, che alza le bandiere della libertà e della dignità) è un vecchio ingranaggio che unge il potere. Non si limita a guardare e punire. Puoi anche eliminare l’avversario. L’esercizio del potere in Italia, che si è ingrossato, assomiglia più a una barbara “casa pique” che a un’espressione di democrazia. Gli schiavi sono noti per amare le loro catene. Il potere cerca con tutti i suoi oltraggi e bugie che chi è piegato arrivi ad assaporare la paura della libertà con gusto. E’ il classico stringimento delle classi suddivise da: impauriti e potere. Nell’oscura democrazia che si cela alle spalle della libertà, l’Italia dimostra un stragismo politico che irrompe prepotentemente con i suoi ‘sistemi’. La gerarchia politica ha fortificato, negli anni, una consolidata prepotenza che vede un’economia sottomessa alla più grave pandemia del 21° secolo; dopo il Covid quale sarà il vaccino più efficace per risollevare l’Italia?

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Il Covid19 e l’occasione di un’economia flessibile

Il Covid19 e l’occasione di un’economia flessibile. Il dibattito sulle infrastrutture digitali pubbliche torna all’ordine del giorno con un’intervento di Marco Fumagalli, consigliere regionale del M5S Lombardia, a proposito della strategia per l’utilizzo dei dividendi di Serravalle. “L’Assessore regionale al Bilancio Davide Caparini ha spiegato  che ritiene di non dover erogare il dividendo e riserve della Serravalle in quanto infrastrutture necessarie per il dopo COVID – ha raccontato Fumagalli – Si conferma che la politica che persegue Regione Lombardia è sempre quella del cemento e dell’asfalto e del business che li sostiene. Per la Lombardia la Lega al Governo è una sciagura. Non hanno la lucidità di capire che questa emergenza modificherà completamente le nostre priorità e il modo di vivere. Con una maggiore attenzione verso la salute e l’ambiente. Lo smart working ci porterà ad una diversa modalità di intendere il lavoro e sulla necessità di infrastrutture. La Regione dovrebbe pensare alle infrastrutture digitali e non ad asfaltare la Pianura Padana. Non servono autostrade ma telemedicina, infermiere di comunità, RSA che assistano i propri degenti e tanta tantissima prevenzione. Ma forse è meglio dire che ci vorrebbe un nuovo governo regionale”, conclude il portavoce del M5S. Ma al di là della polemica politica il tema era prioritario nell’era Avanti Covid19, ora diventa essenziale per la sopravvivenza dell’economia italiana. Non stiamo parlando della necessità di lavorare in smart working, ma di avere una parte flessibile veramente dell’economia: non sono i contratti dei lavoratori a dover essere flessibili, ma i lavori a essere organizzati in modo da poter essere espletati in vari modi. Se ci fossero infrastrutture serie, avremmo potuto pensare a organizzazioni serie per il lavoro. Parliamo di piani che prevedano lo smart working e non come un unico flusso, rendendo le aziende in grado di reagire a più crisi. Se per un breve periodo ci fosse un cambio di store, perché fermare le vendite? Per supplire alle necessità basta un magazzino, delle commesse con un telefono e pc e una flotta di motorini. E se capitasse una delle sempre più frequenti crisi economiche o ambientali? Si resta fermi, shoccati perché non ci sono piani moderni, solo sistemi novecenteschi ormai estenuati. Invece con sistemi evoluti si potrebbero incidere seriamente le statistiche sui licenziamenti. Il Covid19 e l’occasione di un’economia flessibile non sono cosa da poco, potremmo rendere flessibile l’economia e non il futuro dei lavoratori.

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Milano al top in Europa

Milano al top in Europa. Milano si è ormai lasciata alle spalle la crisi economica, registrando nell’ultimo quinquennio (2018 vs 2014) un PIL cresciuto del +9,7%: il doppio del +4,6% italiano. A queste buone performance economiche associa un buon livello di attrattività, competitività, reputazione. Ma per porsi come esempio per la crescita dell’intero Paese, deve costruire uno sviluppo inclusivo e sostenibile che coniughi la dimensione ambientale ed economica con quella sociale. È la fotografia che emerge dall’Osservatorio Milano 2019 (www.osservatoriomilanoscoreboard.it), presentato oggi a Palazzo Marino da Giuseppe Sala, Sindaco di Milano e da Carlo Bonomi, Presidente di Assolombarda. Il rapporto, giunto alla sua terza edizione, ha il merito di mettere a sistema l’eccellenza dei principali centri di ricerca del territorio, coordinati dal Centro Studi di Assolombarda, che hanno integrato conoscenze complementari per costruire una base numerica conoscitiva a tutto tondo della città e misurare l’attrattività e la competitività di Milano nel confronto globale. L’analisi si basa su 224 indicatori volti a rilevare la capacità di Milano di inserirsi sulla scena mondiale attraverso il raggiungimento di 8 obiettivi trasversali e abilitanti per le città, misurati in termini di intensità dell’azione e di risultati (accessibilità – capitale umano qualificato – città smart – dinamiche sociali ed equità – innovazione e startup – PA e cittadini – sviluppo urbano e green – tempo libero). Oltre a identificare le cinque vocazioni di Milano nelle filiere e nelle specializzazioni settoriali riconosciute a livello internazionale e a elevato potenziale di crescita, quali le scienze della vita, l’agroalimentare, la manifattura 4.0, la finanza e l’arte, cultura e design. Tra le novità di questa edizione, anche 9 mappe inedite di Milano per approfondire e visualizzare la geografia di alcuni fenomeni e delle vocazioni produttive che stanno contribuendo allo sviluppo della città. MILANO NEL CONFRONTO GLOBALE ED EUROPEO Milano è città traino del Paese. La tendenza più evidente nei numeri è la ripresa economica: oggi Milano si colloca ben al di sopra dei livelli precrisi con un PIL che, nel 2018, registra un +6,4% nel confronto con il 2008 (contro una media nazionale ancora in negativo del -3,3%), e un +9,7% nel confronto con il 2014 (+4,6% dell’Italia). Ma oggi le città si sviluppano grazie alla propria capacità attrattiva. Dunque, una prima area di comparazione tra Milano e i benchmark europei (Barcellona, Lione, Monaco e Stoccarda, ovvero i capoluoghi delle regioni europee maggiormente produttive al pari della Lombardia) riguarda proprio la capacità di attrarre talenti, capitale umano e turisti. Milano, riconosciuta come città universitaria, risulta terza per attrazione di talenti, dopo Monaco e Barcellona. Il suo obiettivo strategico sarà lavorare sulla capacità di attrarre studenti stranieri e di aggiudicarsi i finanziamenti dello European Research Council. La città mantiene la terza posizione anche relativamente all’attrazione di turisti e nell’ultimo anno ha registrato una crescita superiore a quella degli altri benchmark europei (+8,7%) che, con 7,6 milioni di turisti l’anno, ha superato stabilmente il picco raggiunto con Expo. Un secondo punto fondamentale è la capacità di attrarre imprese e capitali. Il capoluogo lombardo riconquista la prima posizione, sorpassando Monaco grazie a un sostenuto incremento nel numero di imprese a proprietà estera attive sul territorio (circa 10.700). Milano continua inoltre a distinguersi per essere il gateway privilegiato degli investimenti esteri diretti in Italia, con una concentrazione di tutti i nuovi progetti che sale al 34,2%. Terzo elemento di attrattività internazionale sono i grandi eventi sportivi: Milano si colloca sopra la media, dopo Barcellona. Un posizionamento dovuto al fatto che, mentre conserva alcuni grandi eventi ricorrenti, ha saputo attrarre eventi di livello mondiale per discipline capaci di muovere tanti appassionati. Milano gode, inoltre, di un’ottima reputazione: la più alta tra le città considerate e, di anno in anno, ha visto sempre aumentare questo indice. Il punto di maggior forza è il suo sistema produttivo manifatturiero, in grado di creare valore ed esportare in una logica di sostenibilità sociale e ambientale. Questa dimensione vede Milano mantenere la prima posizione, davanti a Monaco e Stoccarda: due città dalla grande tradizione industriale. Si evidenzia, inoltre, la crescita del numero di imprese con oltre un miliardo di fatturato che hanno sede a Milano (91), contro le 59 di Monaco (in calo dal precedente 61) e le 29 di Barcellona (in forte riduzione dal precedente 39). Milano, poi, vede espandersi la sua reputazione di “città globale”: tra le città considerate, non solo stacca nettamente le altre con un indice pari a 1,80 (Barcellona è seconda con solo 0,95) ma è anche l’unica ad avere sempre incrementato la propria notorietà nel triennio. Basti pensare che McKinsey, nel 2018, annovera il capoluogo lombardo tra le 50 città accentratrici di ricchezza e potere economico a livello globale, insieme a capitali del calibro di Londra e Parigi, e la attesta tra le top 50 aree globali ancora nel 2025. Il confronto con le altre città globali per ruolo nel network economico internazionale – New York, Londra, Parigi, Berlino, Chicago, Shanghai e Tokyo – è fortemente sfidante per Milano, che dovrà potenziare sia la capacità di attrarre turisti e investimenti, sia la reputazione come città universitaria per raggiungere i benchmark mondiali. Il punto di forza della nostra città si riconferma il tessuto imprenditoriale. LA LEVA DELL’INNOVAZIONE Milano, come fulcro dell’ecosistema regionale lombardo, conferma, anche secondo i dati più aggiornati, la propria leadership innovativa su base nazionale. Un notevole dinamismo emerge sia nell’ambito della ricerca scientifica accademica, sia nella diffusa capacità innovativa delle imprese: qui vengono registrati il 32% dei brevetti italiani e si effettua il 27% della ricerca scientifica più citata a livello globale. Tra i fattori di competitività anche il modello economico-produttivo polisettoriale e multidimensionale. L’integrazione sinergica è tra industria, commercio, servizi innovativi e finanza, ma anche tra piccole imprese familiari (l’ossatura del sistema), multinazionali estere (4.600 delle 14.000 localizzate in Italia), grandi imprese (91 con fatturato annuo oltre il miliardo di euro), medie imprese a elevata vocazione internazionale, startup innovative. SCIENZE DELLA VITA E ARTE, CULTURA E DESIGN: LE VOCAZIONI A PIÙ ALTO POTENZIALE DI SVILUPPO Milano ha basato la propria crescita lungo alcune traiettorie, radicando cultura, competenze, lavoro e capitalizzando le proprie molteplici vocazioni in un insieme di attività ad alto valore aggiunto e a elevato moltiplicatore economico e sociale. Tra le vocazioni più consolidate e a più elevato potenziale di sviluppo, emergono la filiera delle scienze della vita e l’ecosistema che integra arte, cultura e industrie creative. Nelle scienze della vita la quantità e qualità dei diversi attori economici (industria farmaceutica, ospedali, centri di ricerca, fornitori di tecnologie…), insieme alla costante interazione con

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