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Quando l’Europa viene attaccata dagli “alleati” e resta inginocchiata: verità, omertà e collasso di una finta sovranità.

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Dopo quasi tre anni di silenzi, depistaggi e interpretazioni contrapposte, la verità sul sabotaggio dei gasdotti Nord Stream inizia finalmente a emergere. Non lo fa per volontà dei governi coinvolti, ma perché gli equilibri geopolitici interni all’Occidente si stanno modificando. Le indagini tedesche, rimaste a lungo in stallo, sono tornate in primo piano con l’arresto in Italia di un cittadino ucraino, Serhii Kuznietsov, sospettato di essere uno degli artefici materiali dell’operazione che nel settembre 2022 ha fatto esplodere una delle principali infrastrutture energetiche dell’Europa. A distanza di tre anni, il danno economico è sotto gli occhi di tutti: i costi del gas quadruplicati, la competitività industriale tedesca in caduta libera, l’intera economia continentale piegata da un contraccolpo che ancora oggi non è stato del tutto metabolizzato. La narrazione dominante all’epoca puntava il dito contro la Russia, in un clima di isteria mediatica post-invasione dell’Ucraina, ma le prove a sostegno di quell’ipotesi non sono mai state solide. A ribaltare lo scenario è stata una serie di inchieste giornalistiche indipendenti, culminate con quella del premio Pulitzer Seymour Hersh, il quale nel febbraio 2023 ha accusato direttamente la Marina statunitense di essere l’autrice del sabotaggio, con l’approvazione della Casa Bianca, nel contesto delle esercitazioni NATO Baltops 22. Le sue fonti restano anonime, le prove non sono state rese pubbliche, e per questo la comunità internazionale ha potuto continuare a ignorare o screditare il racconto. Ma ora lo scenario si complica. Secondo fonti delle intelligence tedesca, olandese e americana, riportate da testate autorevoli e non certo filo-russe, la responsabilità materiale dell’attacco sarebbe da attribuire a un gruppo ucraino legato all’ex capo delle forze armate Valeriy Zaluzhny. La notizia, esplosiva, arriva in un momento in cui proprio Zaluzhny, rimosso dal suo incarico da Zelensky mesi fa, era oggetto di una strategia anglo-europea volta a sostituire l’attuale presidente ucraino, la cui popolarità internazionale e interna è in netto declino. Se Zaluzhny è coinvolto nel sabotaggio, quella candidatura salta e con essa anche l’equilibrio instabile che l’Occidente ha cercato di costruire tra sostegno militare a Kiev e gestione della propria opinione pubblica. Perché il punto centrale non è solo l’identità dei sabotatori, ma la reazione dell’Europa: mentre gli Stati Uniti, secondo numerosi analisti, avrebbero avuto tutto l’interesse a interrompere la dipendenza energetica europea dalla Russia, Germania e Italia hanno subito perdite gigantesche. Eppure, né Berlino né Roma hanno mai chiesto conto a Washington, né tantomeno a Kiev, dei danni inflitti. L’Articolo 5 della NATO, che prevede la difesa collettiva in caso di attacco a un alleato, è rimasto lettera morta. Perché? La risposta è abbastanza scomoda e l’Europa non è oggi nella posizione di affermare la propria sovranità strategica. Gli Stati Uniti restano il perno della sicurezza continentale, e l’interdipendenza militare, tecnologica e diplomatica tra le due sponde dell’Atlantico impedisce qualsiasi reazione autonoma, anche quando gli interessi europei vengono colpiti frontalmente. Il sabotaggio del Nord Stream ha funzionato come un gigantesco reset geopolitico tagliando il cordone energetico tra Berlino e Mosca, peraltro, ha spinto l’UE a rifornirsi di gas naturale liquefatto statunitense a costi esorbitanti, e ha legato, mani e piedi, la politica energetica europea, agli interessi di Washington. L’arresto in Italia di uno dei presunti sabotatori ucraini dovrebbe aprire un dibattito serio sul ruolo dell’Ucraina nel contesto NATO, ma la reazione dei governi europei è stata di nuovo il silenzio. L’Italia non ha convocato una conferenza stampa, né ha chiesto spiegazioni a Kiev. La Germania, tramite il ministro della Giustizia Stefanie Hubig, ha dichiarato che “non c’è più nulla da indagare“, una formula che sa tanto di archiviazione politica, più che giudiziaria. E mentre l’opposizione tedesca, con figure come Sahra Wagenknecht, chiede che si faccia piena luce sui danni subiti, il governo di Olaf Scholz continua a sostenere Zelensky senza mai mettere in discussione la lealtà dell’Ucraina. Il paradosso è che l’Europa, che avrebbe dovuto essere il soggetto protetto, si ritrova nella posizione di vittima consenziente. Ha rinunciato a pretendere responsabilità, ha sacrificato la verità per salvaguardare l’alleanza atlantica, e ha imposto ai propri cittadini i costi economici e sociali di una strategia decisa altrove. In questo contesto, l’idea che uno Stato europeo possa invocare l’articolo 5 non contro un nemico esterno, ma contro un alleato o un “protetto”, diventa non solo impraticabile, ma impensabile. Eppure, se i dati confermati dalle indagini tedesche e olandesi indicano che esponenti ucraini, con o senza l’avallo diretto di Zelensky, hanno organizzato e compiuto un attacco ad infrastrutture vitali europee, allora l’Europa non può più nascondersi dietro il linguaggio diplomatico. Dovrà scegliere se difendere la verità o proteggere un’alleanza che inizia a somigliare più a una sudditanza che a una partnership. E, peraltro, dovrà farlo in un momento storico in cui la credibilità delle democrazie occidentali dipende, più che mai, dalla loro coerenza con i principi che professano.

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